Calendario Corso di Qi Gong Alchemico 2017

CORSO di QI GONG ALCHEMICO

qi gong alchemico

Il Qi Gong è una disciplina che utilizza tecniche di movimento e respirazione per migliorare la salute, la forza e la consapevolezza di sè. Di fronte ad un ostacolo noi abbiamo due possibilità: la prima è cercare di rimuoverlo. La seconda è trasformarci ed essere persone che non hanno più quell’ostacolo: questa è la strada del Qi Gong Alchemico.

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Il Qi Gong è un lavoro (“gong”) con le energie (“qi”) al fine di utilizzarle per “fare qualcosa”, ossia promuovere trasformazioni nel nostro organismo.

L’alchimia, in tutte le sue varie forme, è una disciplina che studia come raggiungere la realizzazione (la “perfezione” in un certo senso) attraverso le trasformazioni. Ci sono due tipi principali di alchimia: esterna e interna.

L’alchimia esterna è ad esempio quella medievale, a cui spesso si fa riferimento con l’idea della trasformazione del piombo in oro. Anche l’agopuntura è un tipo di alchimia esterna, perché cerca di trasformare l’organismo per mezzo di un catalizzatore (il metallo dell’ago).

Il Qi Gong può essere una forma di alchimia interna: in questo caso si usa l’energia per trasformare l’essere vivente. Il Qi Gong, come abbiamo detto, può essere usato per curare (se stessi o un’altra persona), per migliorare le proprie prestazioni atletiche (forza, agilità..). Quando il Qi Gong è “alchemico” si ricerca la realizzazione di se stessi, conoscersi e scoprire “chi” veramente siamo e qual è la nostra strada nella vita, attraverso il raffinamento del nostro organismo (dal Jing, al Qi e allo Shen).

Perché è importante? La bellezza del Qi Gong alchemico è che non si fa per “ottenere qualcosa” in cambio. E’ in questa mancanza di una finalità diretta, in questo vuoto, in questo “non-agire”, che possiamo incontrare noi stessi, e trovandoci saremo in grado di fare QUALUNQUE cosa.

Non-facendo non c’è nulla che non possa essere fatto” (Tao Te Ching)

I Cinque Tibetani

Il libro sui Cinque Tibetani è il titolo di un libro negli anni Trenta del secolo scorso. La versione originale “Eye of revelation” fu pubblicata nel 1939. Forse Peter Kelder prese spunto da Shangri-La di James Hilton, che nel libro di maggior successo Lost Horizon, lascia intuire che il segreto della forza e vitalità dei Lama Tibetani consiste in alcuni esercizi rituali. L’autore Peter Kelder, ispirandosi a questo, descrive la ricerca di quei riti e di come siano arrivati in Occidente. Con i Cinque Tibetani impareremo a conoscere i misteri che per tanto tempo sono stati celati negli antichi monasteri. La storia narrata nel libro ha inizio un pomeriggio in cui l’autore, Peter Kelder, si sta rilassando su una panchina del parco, leggendo il giornale della sera. Un vecchio gentiluomo gli si siede vicino e lo impegna in una conversazione. L’uomo si presenta come il colonnello Bradford, un ufficiale dell’esercito inglese in pensione che ha prestato servizio anche nei corpi diplomatici della Corona. La sua carriera lo ha condotto fin nei più remoti angoli del globo, e il colonnello Bradford avvince l’interesse di Kelder con i racconti delle sue avventure. I due si congedano con la promessa di rivedersi. In seguito si incontrano regolarmente, e alla fine stringono una solida amicizia. Una sera, mentre sono insieme, il colonnello gli annuncia una sorprendente decisione che ha preso. Quando egli era di stanza in India, alcuni anni prima, aveva udito una storia curiosa e indimenticabile che riguardava i lama di un monastero situato in qualche luogo remoto e selvaggio dell’Himalaya tibetano. In quel monastero, un’antica sapienza tramandata per migliaia di anni prometteva la soluzione di uno dei grandi misteri del mondo. Secondo la leggenda, i lama del monastero erano eredi del segreto della Fonte della Giovinezza. Come tutti, il colonnello Bradford aveva cominciato ad invecchiare all’età di 40 anni, e da allora egli aveva perduto qualunque sembianza della gioventù. Più sentiva parlare di quella miracolosa Fonte della Giovinezza e più si convinceva che un tale luogo esistesse veramente. Egli cominciò a raccogliere informazioni sulle vie da seguire, sulle caratteristiche della zona, sul clima, e su qualunque altro dato che potesse aiutarlo ad individuare quella località. E, una volta iniziata la ricerca, il colonnello fu sempre più ossessionato dal suo desiderio di trovare questa Fonte della Giovinezza a tal punto che aveva deciso di ritornare in India e di cercare seriamente quel ritiro ed il suo segreto di duratura gioventù. Il colonnello Bradford mi chiese se volessi unirmi a lui in questo impegno. Kelder tentenna nell’indecisione, ma alla fine si arrende allo scetticismo, declinando con riluttanza l’invito. Il colonnello Bradford si dispose a compiere la sua missione da solo. Poi, passarono molti anni senza dare più notizie di sé. Infatti Kelder aveva quasi dimenticato il suo amico di un tempo e le idee di una Shangri-La tibetana, quando un giorno una lettera annunciò che il colonnello aveva raggiunto il suo obiettivo e stava per tornare. Poco tempo dopo, quando i due si ritrovarono, Kelder è testimone di una strabiliante trasformazione. Bradford, inaspettatamente, mostra le sembianze “che il colonnello deve aver avuto negli anni della sua giovinezza, molto tempo fa. Invece di un vecchio curvo e pallido con un bastone da passeggio, vide una figura alta, eretta. Aveva il volto florido e i capelli crescevano folti e neri con rare tracce di grigio”. Il colonnello Bradford si apprestò a raccontare al suo emozionato amico tutto ciò che era accaduto durante la sua prolungata assenza. Parlò di anni di lotte e di sforzi ricompensati infine dal successo – la scoperta di un remoto monastero tibetano i cui occupanti non invecchiavano mai. Nel monastero, non si vedeva da nessuna parte uomini o donne anziani. I lama, scherzando bonariamente, si riferivano al colonnello chiamandolo “l’Antico”, perché molto tempo era trascorso da quando avevano visto qualcuno che sembrasse vecchio come lui. Per loro, egli costituiva quasi una novità. “Per le prime settimane dopo il mio arrivo”, disse il colonnello, “mi sentii come un pesce fuor d’acqua”. Ogni cosa che vedevo era per me fonte di meraviglia, a volte potevo a stento credere ai miei occhi. Presto, la mia salute cominciò a migliorare. Riuscivo a dormire profondamente di notte, ed ogni mattina mi svegliavo sentendomi sempre più fresco ed energico. Di lì a poco, mi resi conto che il mio bastone da passeggio mi era necessario solo durante le escursioni sui monti”. Poi, una mattina il colonnello si imbatte in uno specchio, e per la prima volta in due anni vede la propria immagine riflessa. Con sua totale incredulità e sorpresa, l’immagine davanti ai suoi occhi è quella di un uomo molto più giovane. Il colonnello si rende conto di aver subito una trasformazione fisica : egli appare di ben quindici anni più giovane rispetto al giorno del suo arrivo. Secndo la Medicina Indiana (fondamento dei Cinque Tibetani) Nel corpo ci sono sette centri energetici principali che corrispondono alle sette ghiandole endocrine. Le funzioni corporee sono regolate dagli ormoni secreti proprio dalle ghiandole endocrine. Di recente si è scoperto che anche l’invecchiamento è regolato dall’ormone della morte che viene prodotto dalla ghiandola pituitaria all’inizio della pubertà. Sembra che l’ormone della morte interferisca con l’abilità delle cellule di utilizzare ormoni benefici come quello della crescita, quindi cellule e organi a poco a poco si deteriorano e muoiono. In realtà i sette centri energetici che chiamiamo chakras possono essere considerati come campi elettrici invisibili a occhio nudo. Ogni chakra ha il centro in una delle sette ghiandole endocrine (a secrezione interna) che hanno la funzione di stimolare la produzione di ormoni. Gli ormoni regolano le funzioni del corpo incluso il processo di invecchiamento. I sette chakras sono così localizzati : 1) le ghiandole della riproduzione 2) il pancreas 3) le ghiandole surrenali 4) il timo 5) la tiroide 6) la ghiandola pineale 7) la ghiandola pituitaria. In definitiva si può affermare che i 5 Tibetani sono potenti esercizi che vivificano i plessi nervosi, gli organi e le ghiandole correlati, stimolando il flusso energetico attraverso i chakra ( le confluenze nel sistema energetico, equivalenti ai plessi, le confluenze dei nervi nel corpo umano). Questi esercizi riescono a tonificare e rafforzare tutti gruppi muscolari principali, ad aumentare notevolmente la forza fisica e la capacità di resistenza! L’effetto benefico dei 5 Tibetani è straordinario, e si rivelerà di grande valore per chiunque sia disposto a dedicargli qualche minuto della propria giornata.

Tai Ji Quan

Questo singolare esercizio fisico cinese è ormai conosciuto anche in Occidente grazie alla bellezza e alla completezza dei suoi movimenti. Il taijiquan, tuttavia, non è solamente una ginnastica dolce e divertente da fare per ritrovare un momento di serenità. E’, anzi, un validissimo strumento di prevenzione e di cura ampiamente riconosciuto dalla medicina cinese contro l’inevitabile decadenza fisica e mentale dovuta alla severità del tempo biologico. Infatti, il taijiquan in origine era una scuola di arte marziale molto efficace e molto stimata, frutto di una lunga ricerca degli antichi e grandi maestri cinesi; una ricerca appassionante su come ottenere una giusta e desiderata efficienza psicofisica da un corpo umano in movimento. E’ una disciplina molto versatile: può essere praticata come un’arte marziale estremamente nobile e difficile, oppure come una ginnastica curativa e preventiva alla portata anche degli anziani, per cui è praticata da persone di tutte le età e in tutti gli ambienti. E’ costituito di diverse serie di sequenze in cui il corpo, in perfetta armonia con la mente e il respiro, si produce, lentamente ma irresistibilmente, in continue trasformazioni di bellissime forme e movimenti di figure diverse. I più appassionati sanno anche che è importante l’influenza “energetica” ambientale di determinate ore, per cui si può vedere in Cina (ma ormai anche in Occidente) la pratica del taijiquan nel parco, all’alba, per “sentire” la vita mescolandosi con i primi e teneri raggi solari, mentre i movimenti del proprio corpo sono quasi in sintonia con quello del sole che sorge. Il taijiquan, in un certo senso, è un disegno virtuale, tracciato con il corpo reale, bello da vedere e affascinante da eseguire. Alcuni lo praticano perché è arte marziale, altri lo praticano proprio perché non lo è. E’proprio questa contraddizione la ragione del suo fascino e della sua vitalità. Insistere su un aspetto o sull’altro vuol dire non tenere in considerazione la storia e lo sviluppo del taijiquan. Ma più importante ancora è non tenere in considerazione la sua dinamica che è tutta basata sulle contraddizioni. Viene fatto di pensare alla contraddizione feconda tra lo yin e lo yang che è la causa e, al tempo stesso, la conseguenza delle diecimila cose della vita. Il taijiquan è il frutto delle contraddizioni tra la durezza e la morbidezza, tra la visione globale e la visione del particolare, tra la continuità nel tempo dilatato e la totalità in un istante, tra il pieno e il vuoto, ecc. Da questo gioco delle contraddizioni nascono quelle caratteristiche della dinamica delle “figure”, ad esempio: il principio della immediata alternanza, l’appoggio vero e finto dei piedi, la focalizzazione e il moto a spirale delle forze, il costante coinvolgimento del torace e dell’addome nel respiro, la scioltezza delle spalle e la forza gravitazionale dei gomiti, la sintesi della “figura” nella decisione dello sguardo, la distinzione delle otto forze e così via. Tali dinamiche sono recuperate da un ramo delle antiche arti marziali noto come Neijiaquan, cioè stile interno o tecniche di combattimento basate sulla convinzione interiore più che sulla concentrazione esteriore, sul dominio di sé più che sulle sollecitazioni delle proprie forze, sulla forza nascosta nella morbidezza più che sulla potenza evidenziata nei colpi, sulle curve neutralizzanti più che sulla rigidità devastante, sull’altra persona come soggetto dell’incontro più che sull’altro come oggetto dello scontro. Come si vede, c’è più coltivazione “interiore” attraverso il corpo che costruzione del corpo attraverso volontà forzata. Se tutto questo deriva dalle arti marziali il suo modo lento e calmo dell’allenamento ne fanno un ottimo metodo di yangsheng, ovvero “nutrire la vita”, cioè un insieme di metodologie per prolungare la vita o per migliorare la sua qualità. Questo consiste nel miglioramento delle strutture (come i legamenti, le articolazioni, i fasci muscolari ecc.) e delle funzioni (come la circolazione, la digestione, il metabolismo, la respirazione ecc.) e contemporaneamente anche un miglioramento dell’equilibrio della freschezza mentale. È riduttivo, quindi, vedere il taijiquan come una pura arte marziale o come una semplice ginnastica danzata con tanti cerchi e tante curve liberamente fantasiose. È forse divertente, ma non è utile, se non si comprende l’importanza delle contraddizioni. D’altra parte, il nome stesso è una contraddizione: taiji è un concetto cosmico-filosofico che richiama l’idea di pace, di armonia e di vita; mentre quan sta per “pugno” cioè potenza e violenza. Anche la storia del suo sviluppo è una contraddizione: da quell’arte marziale nobile, difficilissima e riservata a pochissimi ad una disciplina della salute per chiunque, anche per i malati. Quindi, anche i praticanti stessi sono una contraddizione, ma una contraddizione che va vista necessariamente nell’ottica costruttiva della fecondità tra lo yin e lo yang – cioè l’incontro delle diversità – e nell’ottica positiva della libertà dell’uomo. Un’altra discussione piuttosto comune è quella sulle origini del taijiquan. Si cita spesso il nome di Zhang Sanfeng come il fondatore, ma questo non è esatto. Zhang era un importante e mitico personaggio del taoismo che ha sicuramente detto molte cose sull’esercizio del corpo. Ma taijiquan si riferisce storicamente a un tipo di arte marziale ben preciso. Vediamo ciò che sul taijiquan è storicamente provato. A cavallo dell’ultimo periodo della dinastia Ming e l’inizio della dinastia Qing, nel 17° secolo, cominciarono a svilupparsi in modo sistematico e “scientifico” – perché richiesto dalle truppe imperiali – tutte le tradizioni delle tecniche di combattimento. Tra queste, vi erano soprattutto quelle dello “stile interno” (nel senso che le forze e le caratteristiche di una tecnica venivano “interiorizzate” o sviluppate internamente al punto tale da sembrare debole esternamente). Tra i personaggi di quell’epoca spiccano:
Chen Wangting, un generale dell’impero Ming. Setacciò quel lavoro di sistemazione delle arti marziali dei suoi predecessori e unendolo alle sue caratteristiche personali, e aggiungendovi poi anche i concetti della medicina tradizionale cinese, creò una serie di tecniche denominate taijiquan. Era un genio e fortissimo nei combattimenti, e questa tecnica, oggi è chiamata taijiquan stile Chen. Lo si può considerare il capostipite di tutti gli stili di taijiquan. Deluso degli ultimi anni della dinastia Ming, Chen alla fine insegnò solo ai membri della sua famiglia, per cui questa scuola rimase nascosta per lungo tempo.
Dong Haichuan: inventore del baguaquan, un’altra grande scuola “interna”, con complicati spostamenti del corpo capace di “danzare” in mezzo a più avversari senza essere toccato.
Yang Luchan (1797-1872), allievo di Chen, rese ancora più morbidi e rotondi i movimenti di Chen. Era così bravo e famoso che il suo modo di combattere veniva chiamato “taijiquan stile Yang”.

Dalla decadenza della dinastia Qing all’inizio della Repubblica, la Cina ha vissuto un periodo importante di svolta storica, non solo per il cambiamento all’interno del paese ma anche per il contatto “ravvicinato” con le potenze straniere, soprattutto quelle occidentali. Con l’introduzione delle armi da fuoco, le arti marziali non erano più una specialità privilegiata dei militari. C’erano tuttavia ancora i famosi leitai, una specie di ring pubblici dove i campioni si combattevano rischiando la morte, per un problema di sfide, di onore, di conflitti personali ecc. Salivano sul leitai anche gli esperti stranieri. Anzi, in quell’epoca di dominio delle potenze occidentali erano proprio gli stranieri (europei ma anche giapponesi) che lanciavano le sfide. In alcuni casi erano delle sfide accompagnate dalla dimostrazione della maggiore statura o della maggiore muscolatura dei campioni stranieri, e condite anche da insulti verso i cinesi considerati come un popolo di “fumatori d’oppio”. Naturalmente, quando si tocca l’onore di un popolo o di una nazione, e per di più in casa propria, anche le persone che volevano rimanere nell’anonimato venivano allo scoperto. Inoltre, questi stranieri, che dimostravano la durezza e la potenza muscolare, erano proprio un “pane” allettante per le tecniche morbide della scuola “stile interno”. Qui sotto, riporto un breve elenco di personaggi storici. Sono una parte di quegli ultimi eroi sicuramente dotati di grande personalità che, per le loro imprese memorabili di combattimento sul leitai contro gli stranieri o gli stessi sfidanti cinesi sono citati sui libri di storia delle arti marziali cinesi e alcuni di loro (Sun e Wu) sono divenuti anche i fondatori dei rispettivi stili di taijiquan1. Il taijiquan, dopo un lungo periodo di “vagabondaggo” tra la popolazione dell’immensa Cina, sta ora vivendo un periodo di una risistemazione e codificazione ufficiale, perché nel frattempo è divenuto anche una disciplina molto apprezzata dalla medicina.

Qi Gong

Il Qi Gong (letteralmente “lavoro” o “coltivazione del Qi”) è un sistema cinese di addestramento fisico, di pensiero e di sanità preventiva e terapeutica. Quest’ arte millenaria riunisce il condizionamento psicofisico cosciente, con la ginnastica aerobica isometrica ed isotonica, assieme alla meditazione ed al rilassamento (Yugiu, 2000). Il Qigong è una disciplina che, attraverso la pratica, permette di raggiungere il controllo sopra le forze vitali individuali, attraverso il conseguimento di un perfetto equilibrio in noi stessi e fra noi e l’ambiente. Ci sono più di 3.000 varietà di Qi Gong e cinque tradizioni importanti di tale pratica (Eisenberg et al., 1985, Dong et al., 1990): la taoista, la buddista, la confuciana, il Qi Gong medico e, infine, quello marziale. Attualmente gli esperti cinesi suddividono il Qi Gong in forme “morbide” (Tai Ji Quan) e “dure” (fra cui il Kung Fu.) (Yugiu, 2000). La storia del Qigong cinese può essere divisa approssimativamente in quattro periodi (MacRitchie ,1993; Occhipinti, 1993). Conosciamo poco il primo periodo che è compreso fra il 1100 a.C. e la dinastia Han (206 d.C.). Fu in quest’ampio arco di tempo che, importando dall’India metodi di meditazione buddista, nascono le prime forme di pratica corporeo-meditava definibili Qi Gong. Durante la dinastia Liang (502-557 d.C.) si è sviluppato il cosiddetto Qi Gong marziale, fondendo assieme gli stili taoista e buddista del periodo precedente. Nei periodi successivi e sino alla dinastia Qin (1911) il Qi Gong ha continuato a svilupparsi e a suddividersi in scuole e metodi, diffondendosi, al contempo, in India ed in Giappone. Attualmente si è tentato di uniformare gli stili (che, come detto, ammontano ad oltre 3.000 in tutta la Cina) e di sviluppare ricerche scientifiche su questa pratica tradizionale. Il presupposto teorico di base del Qi Gong deriva dal concetto di “energie” o “potenze naturali” (san cai) contenuto nell’Yi Jing (Libro dei Mutanti), testo di riferimento dell’intero pensiero cinese che si fa risalire al 1122 a.C. (Needham, 1977). Le tre “potenze” sono il Cielo (tian), l’Uomo (ren) e la Terra (di) e lo scopo del Qi Gong e di armonizzare queste tre “energie” fra di loro (Occhipinti, 1993). Già nel Dao De Jing di Lao Zhi (dinastia Zhou, 1122-934 a.C.) si accenna a tecniche di respirazione per accedere allo “spirito” e conservare la salute, ma solo successivamente, nel periodo detto Primavere ed Autunni (770-221 a.C.) e nel testo Shi Ji (Annali Storici) si fa un chiaro e dettagliato riferimento al Qi Gong ed al suo impiego. Nello stesso testo si afferma che la tecnica è molto antica e risalare al periodo delle cosiddette “ossa oracolari” (periodo Shang). Il filosofo Zhuang Zi (circa nel 300 d.C.) nel testo Nan Hua Jing, scrive: “gli uomini antichi sapevano respirare dai talloni e condurre in alto ed in basso il soffio” e questa frase ci conferma come, già nel IV secolo, le forme taoistiche e religiose di Qi Gong fossero molto sviluppate in Cina (Needhan, 1977; McGee, 1994). Durante le dinastie degli Han e dei Qin (221 a.C.-220 d..D.) ci sono parecchi riferimenti medici relativi al Qi Gong. Ad esempio nel Nan Jing (Classico delle Difficoltà) del celebre Bian Que e nel Jin Kui Yao Lue (Cofanetto d’Oro) di Zhang Zhong-Jing, si descrivono varie tecniche combinate fra respirazione ed agopuntura per rendere armonioso e florido il Qi (Bologna et al., 1999; Corradin et al. 2001). Molto importante è anche la lista delle “indicazioni mediche” redatta, durante la dinastia Zhou, da Wei Bo-Yang, dalla quale si desume che il Qi Gong è particolarmente attivo nelle malattie che riguardano gli aspetti mentali e spirituali dell’individuo. Molti esperti sostengono che è durante il primo periodo Han ed attraverso la stretta fusione fra taoismo e buddismo che il Qi Gong raggiunge il massimo impulso e sviluppo (Dong et al., 1990; Wozniak et al., 1991). Più propriamente si ritiene che fu durante il periodo Qin e grazie al monaco Bodhidarma (o Tamo, o Damo) che, fondendo pratiche taoiste (l’antica forma d’autoterapia basata su respirazione, massaggio e ginnastica detta Daoyin) e buddiste, nasce l’attuale forma di Qi Gong, definito ” un sistema filosofico antico d’integrazione armoniosa del corpo umano con l’universo. ” (Eisenberg et al., 1985). Secondo il pensiero medico tradizionale vale quanto scritto nel testo (del periodo Han) Shi Huang (Camera Gialla): “attraverso la respirazione e la meditazione il Qi Gong benefica lo Spirito ed il Soffio” (Granet 1983; Liu 1984; Santangelo, 1995.).Durante la cosiddetta “rivoluzione culturale” (1965-1976) la Cina ha riscoperto il Qi Gong e numerosi studi e ricerche sono state condotte soprattutto a partire dagli anni ’80 (Wozniak et. al., 1991). Sono state documentate azioni favorevoli in corso sia di diabete mellito, che di ipertensione, di difetti visivi (miopia, astigmatismo) ed in corso di nevrosi e stati depressivi. Oltre a recenti studi biofisici sulla variazione volontaria del potenziale transdermico, è stato possibile documentare variazioni dei livelli di AMPc e GMPc nei pazienti asmatici, riduzione dei livelli di ansia in soggetti ospedalizzati, minore consumo di farmaci in tutta una serie di patologie croniche di frequente riscontro (Di Stanislao et al., 2000). All’inizio degli anni novanta, due distinti gruppi di ricerca hanno potuto documentare l’influenza del Qigong sui livelli di estrogeni in gruppi di donne di differente età ed al contempo un’azione anti-aging con effetto di tipo antiradicalico. Altri studi hanno invece dimostrato un miglioramento dei parametri circolatori in senso statisticamente significativo (p inf. a 0.01) rispetto a gruppi controllo (Di Stanislao et al., 2000) ed anche in corso di neoplasie (cenestesi, sistema immunitario, ecc.) (Mc Gee et al. 1994). Attualmente, in Cina, non meno di 70 milioni di persone praticano giornalmente il Qi Gong e tale arte si va sempre più diffondendo negli USA ed in Giappone (Mac Ritchie, 1993; Yugiu, 2000). La pratica può essere agevolmente appresa da persone di ogni età sotto la giuda di maestri esperti e capaci. Dopo l’addestramento iniziale si potrà proseguire, in modo individuale, verso una maggiore consapevolezza nel controllo di movimenti e respiro, naturalmente con vantaggi di tipo immunitario, psichico, endocrinologico e generale (Yugiu, 2000).